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Aggiornamenti storici

Storia e attualità

” Vado a scuola dalla classe operaia”: conversazione con Angelo D’Orsi su Antonio Gramsci.

In concomitanza con l’uscita del suo ultimo libro,  Gramsci. Una nuova biografia (Feltrinelli, 2017), abbiamo colto l’occasione di intervistare il Prof. Angelo D’Orsi, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo presso l’Università di Torino e fondatore della rivista «Gramsciana» (Mucchi).


Professore, l’ultima biografia su Gramsci risale al 1966 e fu scritta da Giuseppe Fiori. Perché, nonostante le numerose pubblicazioni su Gramsci, finora non c’è stata l’esigenza di scrivere una biografia più aggiornata?
Ci sono state delle acquisizioni nuove negli ultimi vent’anni. Grazie all’apertura degli archivi sovietici, la famiglia russa ha concesso una serie di documenti, che prima non erano mai stati disponibili. Oggi quindi è stato possibile fare ciò che in passato non si poteva fare. E poi perché Gramsci è poco studiato dagli storici, mentre è studiato dai filosofi, dai linguisti, dagli scienziati politici, dagli antropologi che amano giocare sul gioco dell’interpretazione piuttosto che sulla biografia. Quindi, questi altri scienziati sociali, non avrebbero potuto avere gli strumenti né la volontà di ricostruire la vita di Gramsci, che è essenzialmente un lavoro da storico. Gli storici finora si sono poco occupati di Gramsci. E’ un dato di fatto.

La nuova biografia di Gramsci curata da Angelo D’Orsi (Feltrinelli 2017), pubblicata a distanza di cinquant’anni dall’ultima di Giuseppe Fiori

La biografia di Gramsci curata da Giuseppe Fiori e uscita per Editori Laterza nel 1966

Quanto è importante l’origine sarda in Gramsci? Questa origine condiziona in qualche modo anche il suo pensiero?
La parola condizionare non è esatta.  Indubbiamente è una componente importante della costruzione non solo della biografia ma sicuramente anche della fisionomia complessiva di Gramsci, anche se da questo punto di vista – per tutto ciò che concerne la formazione della sua fisionomia culturale, intellettuale e politica – sarà molto più importante Torino. Tuttavia ho cercato di mettere in evidenza il fatto che Gramsci non rinunciò alla sua “sardità”, al suo essere sardo, ma respinse il “sardismo”, cioè un’ideologia che non gli interessava. Anzi, uno dei segni della sua maturazione, come egli stesso ci dice, è in qualche modo testimoniato dal fatto che la sua posizione adolescenziale, per cui sembrava che il nemico fosse il continentale, viene poi lasciata cadere, prendendo consapevolezza che i “nemici” non erano i “continentali” ma sostanzialmente i “padroni” tout court.

Angelo D’Orsi

Mi soffermerei su Torino, città in cui – come lei dice – si delinea la fisionomia culturale, intellettuale e politica del suo soggetto di studio. La stessa città che, nei primi mesi del mai completato “garzonato universitario”, gli era apparsa “fredda e ostile”, quasi volesse respingerlo; con il passare del tempo divenne per Gramsci una nuova città natale, grazie ad un graduale processo di appropriazione. Quale ruolo giocò, in tutto ciò, il peculiare clima culturale che contraddistingueva la Torino di quegli anni, descritta da Norberto Bobbio come “la più positiva” tra le città italiane?
Ho citato più volte nel mio libro la frase di  Norberto Bobbio, ho raccontato più volte come Gramsci percepisca la città “fredda e ostile” sia dal punto di vista ambientale che umano, ma in realtà nell’arco del tempo comincia a riconoscersi in essa e a sentirla come la sua città: innanzi tutto perché l’intellettuale comincia a sentirsi a suo agio  in quell’ humus che mi piace definire “la cultura positiva nella città più positiva d’Italia”, che è la cultura del rigore, del parlare solo dopo aver approfondito in modo serio tutte le questioni. Torino è la città della raccolta dei dati minuziosi e precisi; è la città del laboratorio di economia politica; è la città di uno studioso come Luigi Einaudi, che diventerà di fatto, il direttore dell’Einaudi anche senza esserlo formalmente. C’è tutta una tradizione di studi filologici e storici  in collaborazione con la quale Gramsci si trova a suo agio. Ci sono però anche altre ragioni per cui l’intellettuale sardo comincia a riconoscersi in Torino, come del resto aveva fatto Nietzsche qualche decennio prima. Gramsci è infatti affascinato dalla sua dimensione industriale. E’ affascinato soprattutto da quella che lui e Piero Gobetti chiameranno la “civiltà dei produttori“. C’è quindi un intreccio molto forte con questa realtà economica, sociologica e antropologica. Torino è la città in cui avviene l’incontro con il mondo dell’industria e della fabbrica dal punto di vista economico, tecnologico e produttivo; ma l’incontro con la fabbrica, vuol dire anche l’incontro con gli operai “in carne ed ossa”, come dirà Gramsci più volte. E’ per lui una scoperta straordinaria e, in questo senso, sappiamo che sarà spesso rimproverato dai suoi compagni di perdere troppo tempo con gli operai che riceveva in ufficio, al giornale, nella direzione de l’Avanti e Ordine Nuovo. Dato emblematico è che a questi rimproveri rispondeva ripetendo spesso: “Io vado a scuola dalla classe operaia”. A Torino c’è dunque questo processo di riconoscimento legato sia all’ambiente culturale e alla cultura positiva sia alla situazione socio economica e alla realtà umana della fabbrica e della classe operaia. Ben presto Gramsci crederà di riconoscere in quella classe operaia la sicura protagonista del moto rivoluzionario. Torino gli apparirà come l’equivalente di Pietrogrado e la chiamerà la Pietrogrado d’Italia.

Qual è il rapporto tra Gramsci e gli intellettuali a lui contemporanei? E in particolare modo con Piero Gobetti?
A partire dal periodo in cui Gramsci arriva a Torino – alla fine 1911 – il modo degli intellettuali di “andare verso il popolo” si era esaurito e, anzi, un po’ alla volta, essi stessi si stavano distaccando dall’egemonia socialista dirottandosi verso il nazionalismo. Gramsci quindi, in realtà, con questi intellettuali ha poco a che fare se non sul piano della polemica. Se si guardano infatti i suoi articoli giornalistici negli anni successivi al 1915, si potrà notare come essi parlino  e citino intellettuali con l’unico fine di ridicolizzarli o per polemizzare sul piano scientifico e intellettuale. Non solo, anche sul piano politico e ideologico non mancava l’invettiva: venivano additati come “esaltatori della guerra”, “corifei” o “bellicisti”. Per quanto riguarda Piero Gobetti, invece, dobbiamo tenere conto che c’è una distanza di un decennio tra loro: Gramsci è del 1891 mentre Gobetti del 1901. Gobetti è inoltre torinese di nascita; Gramsci è invece un uomo del sud: la sua origine sarda che in parte rinvia alla Spagna, e  in parte all’Albania,  porta alla definizione di se stesso come “uomo del mezzogiorno”. Gobetti poi, come scrive lo stesso Gramsci, non era comunista e non lo sarebbe mai probabilmente diventato, ma aveva compreso – come scrive sempre Gramsci – la funzione storica della classe operaia. Egli, quindi guardava con una certa attenzione al partito comunista, che era appena nato nel 1921 e, in qualche modo, voleva capire i bisogni e il punto di  vista della classe operaia. Inoltre, il giovane intellettuale torinese si esaltava davanti all’occupazione delle fabbriche e vedeva gli operai di Torino  come i protagonisti  di una possibile rivoluzione liberale – idea in verità molto discutibile, ma certamente affascinante. Insomma Gobetti guardava Gramsci come un minor guarda un maior, non solo per la giovane età – era ancora un giovanetto sconosciuto mentre Gramsci era un uomo già affermato del giornalismo politico –  ma anche per una curiosità intrinseca. Non dimentichiamo che ne farà un ritratto bellissimo nel 1922 su La Rivoluzione Liberale, dove c’è un ritratto fisico, antropologico e politico di Gramsci, un ritratto se vogliamo discutibile, ma molto efficace dal punto di vista letterario. Diciamo che  tra i due c’è un rapporto disuguale, non solo perché non sono coetanei, ma anche perché Gramsci ha responsabilità che Gobetti non ha ancora. I due saranno uniti da un rapporto di stima reciproca, questo si, tanto è che Gramsci affiderà a Gobetti come sappiamo, la rubrica delle cronache teatrali sull’Ordine Nuovo, e lo difenderà quando Gobetti sarà attaccato in qualche occasione, per qualche critica teatrale che non era stata gradita dalle compagnie  che aveva recensito. C’era quindi, una stima reciproca. Certo c’era una differenza, anche se viene in mente che Luigi Einaudi, in un articolo uscito sul Corriere della Sera alla fine dell’ottobre del 1922, in contemporanea alla marcia su Roma, aveva deplorato l’azione dei liberali piemontesi, che erano a suo giudizio così stolti da non dare considerazione ad un giovane come Piero Gobetti,  il quale, per disperazione – scrive Einaudi – “era costretto a fare all’amore con i comunisti dell’ Ordine Nuovo”. Tutto ciò lo scrive un po’ sarcasticamente perché considerava Gobetti degno di attenzione. Inoltre Gobetti ha una posizione molto anomala: è un liberale, ma vuole essere un rivoluzionario  e inventa questa formula felice, ma che significa poco, “rivoluzione liberale”, in cui sembra voler mettere insieme la volontà di agire, una rivoluzione influenzata dal mito di Sorel, con le radici liberali. Il più giovane dei due, Gobetti muore  nel 1926. Quando Gramsci scrive quelle parole su Gobetti nelle note sulla questione meridionale dell’ottobre del 1926, Gobetti è già morto. Muore nel febbraio del 1926. Si trattò più di un mancato incontro che di un incontro.

Gramsci a Vienna nel 1923

Un ruolo importante nella vita di Gramsci è quello di Piero Saraffa. Che ruolo ha nel periodo in cui Gramsci è in carcere?
Piero Saraffa
è stato un po’ l’angelo custode di Antonio. Nella sua vita, Gramsci ha  avuto due angeli custodi: uno, Piero Saraffa, e l’altro la cognata Tatiana Schucht. sono le persone che gli stanno più vicino, più di tutti gli altri, e non sono né dei parenti diretti né degli amici intimi. In particolare Saraffa, che gli aprì un conto in una libreria di Milano – la Sperling di Milano – gli diede un aiuto materiale molto importante: gli fece arrivare dei soldi in più di qualche occasione e gli aprì questo conto in libreria da cui lui potè attingere per ordinare libri, giornali e riviste. Diciamo che da questo punto di vista, senza l’aiuto di Saraffa e senza l’aiuto di Tatiana, forse Gramsci avrebbe potuto sopravvivere di meno. Saraffa però svolge un ruolo ancora più importante. Fa infatti un po’ da mediatore tra Gramsci, Togliatti  e  il Comitern. A tal proposito, negli ultimi anni, Saraffa è stato accusato di spiare Gramsci. E’ in realtà una grossa sciocchezza. Certamente lui dava qualche informazione, perché erano tutti preoccupati dello stato di salute di Gramsci. La fedeltà, l’affetto e la stima di Piero Saraffa verso Antonio Gramsci sono però fuori discussione; cioè Gramsci per Saraffa, era un sorta di mito e  il suo aiuto si espresse anche  in una serie di lettere che affrontavano varie questioni. Quando Gramsci andò poi in clinica in semidetenzione e quindi, potè ricevere visite, Saraffa è stato uno di quelli che andava a trovarlo più frequentemente. La relazione con Tatiana è un po’ diversa. E’ innanzitutto una donna: con lei è molto evidente l’elemento affettivo, probabilmente Tatiana è innamorata di Antonio anche se non gli dichiara il suo amore. Forse alla fine nel libro adombro l’idea che lui stesso alla fine la ami. Non sono mai stati amanti, ma è una delle sorelle Schucht che gli sta più vicina, quella che gli manifesta un amore incondizionato, a volte anche esagerato tanto da risultare molesto, perché lo tormenta, vuole mandargli sempre cose. Diciamo quindi, che  Tatiana e Antonio ebbero un intenso rapporto fra loro, e facendo una congiunzione tra questi due  personaggi,  emerge che hanno cercato di fare quello che per loro era l’interesse di Antonio per farlo star meglio.

Piero Saraffa

Tatiana Schucht

Dal libro emerge un rapporto complesso tra Gramsci e Togliatti, quando emerge in modo più evidente questo scontro tra i due esponenti di spicco del Partito Comunista d’Italia? E cosa critica in modo particolare Gramsci  della linea del “social fascismo”?
Va chiarito che ci sono delle differenze di fondo  tra Gramsci e Togliatti. Togliatti è un politico mentre Gramsci è un intellettuale che si dedica alla politica. Queste differenze non emergono  nel contrasto politico fino all’ottobre del 1926. Devo dire che in realtà, nelle lotte interne al partito, Gramsci e Togliatti si trovarono sempre uniti in una linea di centro, contro la destra di  Tasca e la sinistra di Bordiga. Infatti stupisce come nel 1926 ci sia questa rottura, ma questa rottura è dovuta al fatto che c’è questa diversa formazione. Anche se Togliatti è stato anche un intellettuale, c’è una differenza che rinvia ad una diversa concezione della politica: per Gramsci la politica ha un fondamento etico, che per Togliatti è irrilevante. Sostanzialmente è questa la differenza: Togliatti è impregnato di realismo politico, mentre Gramsci continua a pensare e a credere nella fondazione etica della politica. La rottura del 1926 è una rottura su cui è stato scritto e si scriverà molto, che rinvia al fatto, che Gramsci inizia a percepire un’involuzione del partito comunista dell’Unione Sovietica, come involuzione del suo gruppo dirigente, e ha paura per il proletariato mondiale. Gramsci scrive “Compagni  state rovinando l’opera vostra”, li invita a non voler stravincere, di considerare la minoranza di Trotsky come degli avversari interni  e non come dei nemici da cancellare. In quella lettera famosa, che Gramsci scrive ai compagni russi affidata poi a Togliatti che mai consegnò, emerge anche questo afflato pedagogico, questa passione educativa che Gramsci ha da sempre. Il suo voler essere insegnante e insegnare ai russi a fare politica, fa abbastanza sorridere, visto che Gramsci rappresentava un “partitino” rispetto al partito russo, ma c’è questo lato pedagogico. Per quanto riguarda il social fascismo aggiungiamo poi, che quello scambio di lettere – la lettera di Gramsci, la risposta di Togliatti e un’altra lettera di Gramsci – segnarono formalmente la fine del rapporto fra i due.  Non si spezzò però il filo che  li legava, tanto è vero che Togliatti già nel 1927, quando Gramsci era in prigione da un anno, si preoccupa di salvare gli scritti di Antonio. Si preoccuperà poi di spingere l’editore Einaudi a fare un’edizione decente  dei quaderni, e sarà lui stesso a salvare i ”Quaderni del carcere” sottraendoli in qualche modo sia alle pressioni del Comitern, sia a  quelle della famiglia. Con un gioco molto abile riuscì a recuperare i quaderni e le lettere. Quindi noi dobbiamo a Togliatti, Gramsci: nel senso che abbiamo le opere di Gramsci, grazie a Togliatti. Certo, dopo, Togliatti utilizzerà Gramsci per costruire la fisionomia del Partito Comunista Italiano. Certamente questo è un uso politico, ma un uso politico legittimato dai testi e dai documenti.

Il controverso libro di Mauro Canali, Il Tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata (Marsilio 2013). Ha alimentato un acceso dibattito attorno al rapporto tra Gramsci e Togliatti

Vorrei concludere adesso con una domanda un po’ personale. E’ consuetudine di “Aggiornamenti Storici” chiedere agli studiosi intervistati un po’ del loro percorso personale e delle motivazioni che li hanno spinti a intraprendere il difficile mestiere di storico. Crediamo sia molto importante capire “perché” si studia la storia o si diventa storici. Quindi, in definitiva, professore, quali furono le motivazioni che la portarono a scegliere di studiare storia?
In realtà credo che il caso giochi sempre un ruolo nelle scelte che facciamo. Ero iscritto a filosofia e mi laureai in questa disciplina, però avevo un fastidio per la pura filosofia, avevo bisogno di concretezza di collegare il pensiero alla realtà effettuale. Cominciai ad occuparmi della filosofia più politica, non apprezzavo le speculazioni: ho sempre trovato un certo fastidio per le speculazioni e anche tra i filosofi politici non stavo bene. Infatti, cominciai ad occuparmi di argomenti e scrissi libri un po’ ibridi di sociologia, ma attenti alla storia. Libri sulle forze armate e sulla polizia – sono i miei primi due libri – e fui spinto a farli da Luciano Gallino,  che è stato il più grande sociologo italiano, proprio perché era uno sociologo anomalo (non era un sociologo di scuola) e tra l’altro veniva dal mondo Ivrese dell’Olivetti. Poi passai direttamente ad occuparmi di storia e non mi sono quasi mai occupato di filosofia, salvo poi recuperarla, un po’ alla volta attraverso la storia del pensiero politico, che è una disciplina a metà tra la storia e la filosofia. Essa racconta idee, ma racconta anche i contesti geografici, politici, storici e sociali in cui si formano e nascono le idee stesse. La frase di LabriolaLe idee non cascano dal cielo” è una frase che mi illuminò, e da allora per me, fare storia delle idee è sempre fare storia degli individui, che partoriscono delle idee, le semplificano, le ideologizzano, le diffondono, le banalizzano. Fare storia anche degli ambienti, anche negli ambienti storici in cui si erano formati, e cercai nel corso degli anni di fare sempre di più una storia di incroci  tra le idee, gli uomini o le donne e i contesti, raccontando. Il libro su Gramsci è un tentativo attraverso il racconto della sua vita, di raccontare i diversi contesti geografici della Sardegna contadina e rurale, della Torino capitale industriale, l’Europa,  la Russia, Vienna, Milano, Roma, il carcere e il fascismo. Alla fine questo libro su Gramsci è il coronamento della mia biografia di studioso, che in qualche modo, prova a mettere insieme  tutti  i diversi elementi a cui do attenzione come storico.

A cura di
Sunil Francesco Sbalchiero

Azuela_Quelli_di_sotto

Quelli di sotto: la rivoluzione messicana secondo Mariano Azuela

Paolo Perantoni
Verona

A cent’anni dalla sua prima pubblicazione – invero passata in sordina – è uscito in Italia il romanzo Quelli di sotto di Mariano Azuela, pubblicato per le edizioni Sur a cura di Raul Schenardi.

Si tratta di un breve romanzo storico e per certi versi autobiografico che il medico messicano Azuela scrisse nel 1915 in Texas, dove si era rifugiato a seguito della rovinosa sconfitta di Pancho Villa a Celaya, avvenuta nello stesso anno a opera del generale Álvaro Obregón.

M. Azuela, Quelli di sotto, Edizioni SUR, 2017

Mariano Azuela fu uno dei tanti oppositori al regime di Porfirio Díaz, scrisse infiammati articoli di giornale e una volta caduto il dittatore ebbe alcuni ruoli politici nel nuovo governo di Francisco Madero. Alla morte di quest’ultimo, prese parte alla guerra civile che insanguinò il Messico. Viaggiò come medico di campo a seguito delle forze di Julián Medina, seguace di Pancho Villa, che aveva deciso di continuare la lotta armata abbracciando la causa di Villa e Zapata.

Il romanzo, sebbene autobiografico, narra le vicende di Demetrio Macías, un contadino che, in seguito a degli screzi con l’autorità locale del suo paese, decide di ribellarsi senza un vero e proprio ideale da seguire. Non è la causa della Rivoluzione quella che muove Demetrio e i suoi uomini, quanto la necessità di sopravvivere per continuare a lottare un giorno in più. Solo l’incontro con Luis Cervantes, questo sì un possibile alter-ego dell’autore, fa alzare l’asticella delle pretese del gruppo. Luis porterà Demetrio e i suoi ad abbracciare la causa rivoluzionaria sfruttando al meglio le occasioni politiche che si presentano; è così che un gruppo di sparuti guerriglieri diviene una forza rivoluzionaria sempre più grande e forte che può contare sull’appoggio della popolazione.

Mariano Azuela

Nel 1910, all’indomani dello scoppio della rivoluzione, il Messico poteva contare su circa 15 milioni di abitanti ma solo un quarto viveva nelle città. Le proprietà terriere della campagna, dove vivevano quasi 12 milioni di abitanti, erano in mano a poco più di 800 latifondisti e 400.000 piccoli e medi proprietari. Dal 1876 il paese viveva sotto un regime profondamente autoritario che stava portando una relativa modernizzazione economica, ma i cui frutti erano finiti ad ingrassare le tasche delle classi alte urbane e dei grandi latifondisti, impoverendo sempre di più le masse popolari, in particolare i contadini – peones – in gran parte di etnia indios. Fu in questa condizione sociale che il ricco proprietario terriero progressista Francisco Madero chiamò a sé le masse e i proprietari illuminati inneggiando all’insurrezione armata contro il generale Porfirio Díaz.

È quindi in questo contesto che si caratterizza l’azione del gruppo di Demetrio Macías: la loro lotta contro i federales è sostenuta dalla popolazione che deve però subire i saccheggi e le violenze da parte di entrambi gli schieramenti.

“Com’è bella la Rivoluzione, anche nella sua barbarie!”, esclamò Solís commosso. Poi aggiunse sottovoce, in tono vagamente malinconico: “Peccato che ciò che verrà non lo sarà altrettanto. Bisognerà aspettare un po’. Che non ci siano più combattenti, che non si sentano altri spari salvo quelli della teppa che si dedica ai piaceri del saccheggio, e che risplenda diafana come una goccia d’acqua la psicologia della nostra razza che si può sintetizzare in due parole: rubare e uccidere…! Che delusione amico mio, se noi, che abbiamo offerto tutto il nostro entusiasmo e la nostra stessa vita per far cadere un miserabile assassino, diventassimo i costruttori di un enorme piedistallo su cui si innalzassero cento o duecentomila mostri della stessa specie! Un popolo senza ideali è un popolo di tiranni! Peccato per tutto il sangue versato…”

Sconfitto Díaz, Madero diviene presidente nel 1911, ma deve far fronte – oltre alle ali reazionarie che vedevano di buon occhio il vecchio dittatore – anche alle correnti rivoluzionarie più estreme guidate da Emiliano Zapata che chiedeva a gran voce la ridistribuzione delle terre ai contadini attraverso una radicale riforma agraria. Quando le forze conservatrici – guidate dal generale Victoriano Huerta – fanno assassinare Madero e occupano la capitale nel 1913, in Messico si ricomincia la lotta popolare.

Dinnanzi al nemico del popolo, impersonificato in Huerta, si crea un fronte comune composto dalle forze irregolari di Zapata e di Villa e quelle regolari guidate da Venustiano Carranza e Álvaro Obregón; insieme riescono a sconfiggere Huerta e lo costringono alla fuga nel 1914, ma quando si deve discutere della formazione del nuovo governo lo scontro tra gli alleati ricomincia.

Mentre Carranza era intento nella realizzazione del suo progetto politico – promettendo una nuova costituzione, libertà politiche e riforme sociali e fiscali – Villa e Zapata ricominciano la lotta armata contro gli ormai ex alleati con l’obiettivo di dare la terra ai contadini. La guerra civile che ne scaturisce diviene ancora più violenta e sanguinosa del conflitto precedente; le stesse masse popolari si dividono: mentre i contadini seguono Zapata e Villa, gli operai appoggiano Carranza.

Anche l’ormai folto gruppo di Demetrio Macías deve scegliere da che parte stare; il loro condottiero non capisce bene cosa sta succedendo a livello politico, ma è fedele alla parola data al suo comandante – Julián Medina – per cui sposa la causa di Villa; il pensiero del gruppo è lasciato al “matto” Valderrama che forse più di tutti ha compreso cosa significhi questa lotta armata.

Valderrama fece un’espressione sprezzante e solenne da imperatore: “Villa…? Obregón…? Carranza…? X… Y… Z! E a me che me ne importa? Amo la Rivoluzione come amo il vulcano che erutta! Il vulcano perché è un vulcano, la Rivoluzione perché è la Rivoluzione…! Ma delle pietre che dopo il cataclisma finiscono sopra o sotto, che me ne importa…?”

Lo scrittore messicano Carlos Fuentes definì Quelli di sotto come una sorte di “Iliade scalza”, in riferimento anche al miserevole equipaggiamento degli insorti, ma ha pure sottolineato come l’epica del romanzo si degrada rapidamente: lo stesso Pancho Villa è ritratto da Azuela, con sottile ironia, come “un Napoleone messicano”.

Un particolare del murales Del Porfirismo a la Revolucion di Davide Alfaro Siqueiros. In seguito al completamento dell’opera nel 1960, l’artista venne arrestato e incarcerato per quattro anni con l’accusa del delitto di “dissoluzione sociale”.

Allo stesso modo i personaggi sono ben lungi da essere degli eroi: nessuno dei protagonisti è “un eroe a tuttotondo” come ha brillantemente scritto Schenardi nella postfazione del libro.

Anche i più grandi idealisti presenti nel romanzo si lasciano trascinare in violenze, saccheggi, soprusi nei confronti della popolazione contadina che dovrebbe essere da loro protetta. Quando il gruppo torna a Juchipila, dove nel 1910 si è scatenata la rivoluzione, Valderrama esclama:

“Juchipila, culla della Rivoluzione del 1910, terra benedetta, terra irrigata dal sangue dei martiri, dal sangue dei sognatori…gli unici buoni!”

“Solo perché non hanno avuto il tempo di diventare cattivi”, completa brutalmente la frase un ufficiale, ex federale, che passa di lì.

Il romanzo di Mariano Azuela quindi è un insolito ritratto contro-epico della rivoluzione messicana e proprio perché non vi è né epos né retorica diviene una vivida e veritiera testimonianza della rivoluzione e della conseguente guerra civile, in cui la lotta non ha più niente di epico e dove sono sempre “quelli di sotto” a dover pagare il prezzo della sua violenza.

LE LETTURE CONSIGLIATE:

  • M. Azuela (a cura di R. Schenardi), Quelli di sotto, edizioni Sur, Roma, 2017.
  • J. S. Herzog, Storia della Rivoluzione Messicana, Longanesi, Milano, 1975.

 

La cavalleria bizantina ai tempi dell’imperatore Giustiniano

Lorenzo Domenis
Verona

La storia dell’Impero romano d’oriente è ricca di scontri, invasioni, assedi e, in generale, di avvenimenti legati alla sfera bellica. Tuttavia, pochi anni furono densi di conflitti come il regno dell’imperatore Giustiniano (527-565 d.C). Animato dal desiderio di ricomporre l’unità territoriale tra l’impero romano d’oriente e d’occidente, affrontò diverse popolazioni sia nel bacino del Mediterraneo sia nell’area mediorientale dove la minaccia del regno persiano sassanide non venne mai meno. In questo articolo non esamineremo tuttavia le varie campagne condotte dall’esercito bizantino contro Vandali, Goti, Persiani etc, bensì concentreremo l’attenzione su un reparto specifico: la cavalleria, vera punta di diamante degli eserciti dell’imperatore Giustiniano.

L’esercito romano, sin dall’età repubblicana e per buona parte dell’età imperiale, puntava sulla fanteria legionaria come cardine degli eserciti, una compatta schiera di fanti capaci sia di resistere agli urti sia di eseguire efficaci manovre sul campo di battaglia. La cavalleria manteneva un ruolo di supporto, ed era spesso costituita da ausiliari provenienti da popolazioni di cavallerizzi come ad esempio i Numidi oppure i Sarmati.
Dal IV secolo in poi la cavalleria cominciò ad assumere un ruolo sempre più importante sul campo di battaglia, anche a causa di un cambiamento nella qualità dei reparti di fanteria, divenendo gradualmente il fulcro della forze romane, soprattutto nella metà orientale dell’impero dove lo scontro con i persiani sassanidi, provetti cavalieri, stimolò ulteriormente lo sviluppo delle forze a cavallo.
Nel 527 d.C., data in cui Giustiniano salì ufficialmente al potere, la cavalleria era indubbiamente riconosciuta come il reparto più letale delle forze bizantine, mentre la fanteria svolgeva un ruolo sì importante ma ormai secondario.

Come era equipaggiato e come combatteva un cavaliere bizantino del VI secolo? L’arma principale di un cavaliere bizantino non era la lancia, come potrebbe far pensare l’immaginario collettivo, bensì l’arco.
Il ruolo dell’arco era così importante che il termine greco per indicare l’insieme di arco e faretre (toxopharetron) divenne sinonimo di servizio militare, come tramanda Procopio (495 d.C.-565 d.C.)
L’arciere a cavallo rispondeva pienamente alle concezioni guerresche dei Bizantini. In eserciti numericamente piccoli la mobilità finiva per essere un elemento essenziale: all’occorrenza, infatti, il cavaliere poteva smontare e combattere come un fante. Oppure ritirarsi rapidamente per evitare le disastrose conseguenze di una sconfitta netta.
L’arco inoltre conferiva un vantaggio a livello tattico sulle popolazioni germaniche come Goti, Vandali e Visigoti, di cui i Bizantini temevano l’impeto, in quanto consentiva di evitare lo scontro ravvicinato mentre manteneva uno stato di parità nei confronti delle forze persiane, anch’esse esperte nell’uso dell’arco, e di altre popolazioni di origine orientale.

La cavalleria bizantina non contava solo su arcieri ma anche su forze di lancieri, come testimonia Maurizio nello strategikon. I primi venivano chiamati defensores mentre i sencondi cursores, l’equipaggiamento pare essere pressoché identico al fine di consentire uno scambio di ruoli in caso di necessità.
Il cavaliere portava, come armatura, una corazza lamellare oppure una cotta di maglia, gambali fino al ginocchio, faretra con un buon numero di frecce a destra e spada, con relativo fodero, sulla sinistra. Il cavallo poteva essere parzialmente corazzato per garantire una maggiore protezione senza compromettere tuttavia la velocità, essenziale per garantire rapidità di manovra sul campo di battaglia.
L’equipaggiamento veniva infine completato da una lancia, non sempre presente,  da uno scudo di piccole dimensioni usato nel caso di scontri corpo a corpo e da piccoli giavellotti da usare a corto-medio raggio.
I cursores, ossia i lancieri, portavo con loro anche una lancia lunga denominata contus che veniva impiegata come arma da urto nel momento della carica contro gli schieramenti avversari.
Complessivamente l’equipaggiamento di un cavaliere bizantino del VI secolo risultava piuttosto pesante: basti pensare che solo la corazza doveva pesare all’incirca 15-16 chilogrammi.
Va sottolineato, infine, come la cavalleria bizantina non fosse dotata della staffa. Ciò sottolinea ulteriormente l’abilità di questi guerrieri, capaci di scoccare con efficacia letale pur non avendo l’utilissimo supporto della suddetta staffa.

Gli arcieri a cavallo erano una specialità sofisticata, forze addestrate in maniera intensa per ottenere un notevole impatto a livello operativo. A loro si rivolge un elogio dello storico Procopio che testimonia come fossero capaci di volteggiare abilmente con il cavallo scagliando frecce in ogni direzione. La tecnica di tiro di cui facevano uso, considerata più efficace rispetto a quella usata dalla controparte persiana, consisteva nel tendere il nervo dell’arco fino all’orecchio destro, azione che dava al proiettile la forza  di uccidere anche a distanza significativa: consentendo di penetrare armature, scudi e protezioni varie.
Questa abilità veniva naturalmente conseguita tramite un costante addestramento che, come ci riferisce Maurizio nello strategikon, andava dall’apprendimento di tecniche di equitazione all’uso di armi individuali fino a complesse esercitazioni di reparto e di unità superiori in cui, almeno fino alla fine del sesto secolo, gli ordini venivano tradizionalmente impartiti in lingua latina, nonostante l’avanzamento culturale e sociale della controparte linguistica greca.

Come combattevano gli arcieri a cavallo sul campo di battaglia? Il loro compito principale era quello di indebolire, con una costante e letale pioggia di frecce, le schiere nemiche sia di cavalleria sia di fanteria in modo da rompere le formazioni avversarie. Questa tecnica risultò particolarmente efficace nella campagna giustinianee contro i Vandali, i Visigoti e i Goti in quanto la loro compatta fanteria soffriva pesantemente il tiro degli archi bizantini. ciò spiega come i Bizantini riuscirono a vincere spesso contro eserciti germanici nonostante una netta inferiorità numerica.
Contro i Persiani, gli Unni e i Bulgari, popolazioni che puntavano anch’esse sui tiratori, lo scontro tra le rispettive cavallerie risultava spesso piuttosto bilanciato e influenzato soprattutto dal numero di combattenti che i due schieramenti riuscivano a schierare.
La cavalleria bizantina incarnava quindi, almeno a livello di addestramento e di importanza sul campo di battaglia, l’eredità della mentalità romana che faceva della qualità il fulcro delle proprie forze piuttosto che il mero fattore numerico.

Il Medioevo è stato indubbiamente il periodo storico in cui, a livello militare e non solo, la cavalleria ebbe ruolo dominante; tuttavia solitamente noi europei, eredi della tradizione occidentale del cavaliere pesante armato di lancia e spada, tendiamo a sottovalutare l’efficace e l’importanza che ebbero i tiratori a cavallo non solo in ambito bizantino ma anche in altri contesti – per esempio nel mondo arabo e mongolo. Per questa motivazione abbiamo scelto di analizzare la figura dell’arciere a cavallo bizantino, frutto dell’unione delle prassi belliche del mondo occidentale e orientale. un “ibrido” che incarna perfettamente la società e la cultura dell’impero di Costantinopoli, sempre in equilibrio spesso precario tra Occidente e Oriente.

LE LETTURE CONSIGLIATE:

  • G. Ravegnani, I Bizantini e la guerra , Jouvence, Milano, 2014.
  • G. Ravegnani, Soldati e guerre a bisanzio, Il Mulino, Bologna, 2009.

Un’agenda della memoria per ricomporre i pezzi: Giorni di mafia di Piero Melati

Enrico Ruffino
Venezia

C’è una data che, noi italiani, nel nostro personalissimo calendario civile dovremmo cerchiare più marcatamente: il 30 giugno 1963. In questa data a Ciaculli, località palermitana nota per i suoi frutteti, esplodeva una Giulietta carica di tritolo uccidendo sette uomini delle forze dell’ordine. È la prima bomba della Repubblica cui seguiranno altre, sempre più potenti e appariscenti, che via via, nel lungo e truculento corso della tristemente nota “prima Repubblica”, marcheranno la nazione nel segno del dolore. E infatti, citando Giovanni De Luna, nella genesi di questa “Repubblica del dolore”, Ciaculli non rappresenta solo il segnale di una mafia che muta forma, ma anche e soprattutto l’inizio di una pratica – quella della bomba – che avrà una escalation sempre maggiore: dai tre morti “accidentali” di Ciaculli, allo scempio dei civili di sette anni dopo, per approdare alla devastazione di Bologna e infine ritornare alle auto che saltano in aria del ’92.

Una fotografia della Giulietta prima dell’esplosione. L’automobile, trovata abbandonata presso il fondo Sirena, era stata già ispezionata dagli artificieri dell’Esercito che pensavano di aver già disinnescato la bomba, rendendo inefficace la miccia. In realtà la bomba era collegata al baule ed esplose una volta apertolo dal tenente Mario Malausa. Lo scoppio provocò 7 morti tra le forze dell’ordine.

Eppure quando Ciaculli scoppiò, qualcuno nel profondo Nord non tardò a ribadire che “questi siciliani sono pazzi!” mentre qualche altro, impaurito dell’accaduto, disse persino “vuoi vedere che questi vengono a mettere le autobombe pure qua?”. La migrazione degli anni ’60, genesi di ogni pregiudizio verso il sud, in effetti faceva paura ma – per sfortuna e per fortuna – giunse l’operazione Piazza Fontana a far comprendere che il problema “bombe” in realtà era tutt’altro che siciliano. La pratica bombarola è infatti un’arma di pressione psicologica e Cavataio, l’ideatore dell’operazione, lo sapeva benissimo: si era messo in mezzo, con una sofisticata operazione, nella guerra tra i Greco e i costruttori La Barbera e la bomba doveva servire per esacerbare gli animi (direbbero i miei conterranei: per mettere zizzania) e goderne i frutti successivi. Sei anni dopo giunsero i corleonesi, nel frattempo inseritisi come terza parte, a mettere fine ai giochi dell’intraprendente Cavataio con un agguato nel suo ufficio di Viale Lazio degno dei maggior sceneggiati televisivi.

I rottami della Giulietta esplosa il 30 giugno 1963 a Caciulli (PA).

Era il 10 dicembre 1969, due giorni dopo una bomba nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura avrebbe fatto scempio di innocenti. C’è un legame tra Ciaculli e Piazza Fontana? Entrambe rappresentano dei momenti di svolta: per la mafia che muta forma, assume dimensioni internazionali, lucra sul nuovo e imponente business della droga, comincia a mutare la sua struttura; per la Sicilia i cui repentini cambiamenti politici nazionali influiscono pesantemente nella nuova riorganizzazione di quelli regionali; per la conflittualità “politica” italiana, che da Piazza Fontana diventa esacerbante. Momenti di svolta, certo, ma è ancora una volta la Sicilia che anticipa le tecniche, che si fa metafora, nell’accezione sciasciana: Piazza Fontana come Ciaculli, segni di un cambiamento imponente e di una conflittualità che si preannuncia infinitamente violenta. Segni di un clima “caldo”.

Il nuovo libro di Piero Melati, Giorni di mafia (Laterza 2017)

Ricordare nel nostro calendario civile Ciaculli significa quindi prendere atto, come sostiene nel suo ultimo libro Piero Melati (Giorni di Mafia, Laterza 2017) che “molti nodi irrisolti dell’attualità italiana provengono dalla Sicilia, oppure è nell’isola che sono diventati estremi ed evidenti: l’omicidio come strumento di pressione, il traffico internazionale di droga, la corruzione elevata a sistema, le speculazioni urbanistiche, il rapporto conflittuale tra magistratura e politica, le lotte intestine tra apparati dello Stato, l’uso criminale dell’economia e della finanza, i grandi ricatti, il ruolo delle sette segrete, la gestione spericolata e senza regole del potere, il voto di scambio, l’uso spregiudicato dei media, il valore civile dei prodotti culturali, il ruolo degli intellettuali, il peso degli equilibri internazionali”. Ma non solo Ciaculli. Serve prendere atto che questi “nodi” – come li chiama Melati – hanno radici più o meno antiche che si generano dal seme della Repubblica: non è un caso che il suo libro inizi con il 5 luglio 1950, l’assassinio del bandito Giuliano, perché in quella “tenebrosa” vicenda – in cui la matassa dei network mafiosi si annoda nei meandri della politica siciliana e muta in favore di una più interessante commistione col partito di governo piuttosto che con l’ingombrante fardello del separatismo – che si alimentano i segni di un anticomunismo che verrà assurto a male di ogni dramma italiano, anche quando i drammi si sviluppano in altri contesti e con altre esigenze. Anche in quel caso la Sicilia diventa metafora o – piuttosto – premonizione di ciò che avverrà in futuro: come in un processo che dal particolare arriva a principi generali, anche i drammi siciliani sono metafora dei drammi italiani.

E così un giorno qualche storico dotato di particolare guizzo interpretativo potrà utilizzare la Sicilia come paradigma indiziario per capire gli sviluppi dell’Italia repubblicana: il processo Giuliano che diventa “spettacolo”, in cui la suspence è delineata dall’attesa di una rivelazione – l’unica, grande rivelazione, il nome del “colpevole”, ma soprattutto quel nome, laddove il dimostrativo è sinonimo di impronunciabilità – e il processo al nucleo storico delle BR, che diventa anch’esso palco di una grande messinscena, tutta tesa a demolire l’essenza stessa del ruolo arbitrario dello Stato: il processo. Sullo sfondo – sia di Giuliano che delle BR – ci sono le simpatie di una popolazione e di alcune classi sociali mentre nei sotterranei della farsa le guerre intestine: quelle interne di potere, gli occhiolini di chi si è tolto i capi ingombranti dalle scatole e di chi invece rimpiange la “vecchia guardia” a dispetto della nuova. D’altronde se volessimo andare più in là in questo lungo viaggio tra le metafore ci accorgeremmo che piano piano ci si avvicina all’Italia propriamente detta e ci si accorge che la Sicilia, da isola tutta contrita in se stessa, diventa Italia tout court.

Piero Melati

Vicende tutte siciliane che approdano nel palco della nazione: Il giorno della civetta che diventa film, il pasticciaccio brutto del Caravaggio rubato, la scomparsa di De Mauro che diventa un thriller internazionale sulla fine di Mattei – quest’ultimo che approda addirittura a Cannes dominandone la scena – l’omicidio Impastato che cozza con il ritrovamento del funerale della Repubblica moroteo e via via più là nei meandri di una mafia che sempre più diventa italiana e per venire ai giorni nostri dominatrice del libero mercato. In mezzo le scie di sangue, ricordate dalla mente di chi ne ha viste troppe, ma mai violentemente evocate. Melati infatti ha deciso, almeno per questa volta, di abbandonare la retorica del testimone e di assumere invece quella più complicata dello stimolatore di memorie, di colui che sì ha vissuto le vicende (non tutte, a dire la verità) ma vuole lasciare quest’esperienza tra le righe, nascosta tra le parole. L’autore è infatti consapevole che questo paese ha bisogno di deporre le penne, di terminare la “guerra civile di carta”, per cominciare ad orientarsi nei meandri di traumi profondi che possono essere compresi solo se si ha il coraggio di mettere da parte le proprie storie (e non la propria memoria), in modo da fermarsi per lasciarsi andare ad un esame di coscienza collettivo.

Chi volesse meglio capire questa prospettiva dovrebbe leggere una piccola ma emblematica frase di p. 101 in riferimento alla figura del generale Mori:

“Dopo la strage di Capaci i politici si nascosero tutti sotto le scrivanie. Se ne deduce: qualcuno doveva sporcarsi le mani. Allora a chi l’ardua sentenza? Se alla fine non si potranno individuare reati, diremo che l’uomo è troppo complesso per un’aula giudiziaria”.

Apriti cielo. Ci voleva l’arguzia e il coraggio intellettuale di Melati per dire che un dibattito serio su Mori e le vicende che ha attraversato in quarant’anni di vita investigativa (e non scordiamolo: di intelligence!) avrebbero bisogno di una seria analisi storica, poiché la storia non è tesa a giudicare – come lo è invece la giurisprudenza – ma a comprendere! E c’è di più: non possiamo lasciare le vicende che attorniarono Capaci e via D’Amelio alle dispute tra avvocati e procure, tra vecchie e nuove ruggini, ma abbiamo bisogno di deporre le armi, riflettere sulla dimensione di quel fatidico ’92, culmine di un processo davvero complesso di mutazione – diremmo “genetica” – del network mafioso e unirci in uno sforzo di analisi e memoria che vada oltre le guerre di carta, tutte intrise di deposizioni e verbali, ottime per chi volesse stabilire le verità giudiziarie (scrisse Salvatore Lupo, in risposta ad un’interpretazione di Sciascia, che le fonti giudiziarie sono quanto di più intenzionale ci possa essere) ma limitanti e pericolose per chi si accingesse a stabilire le verità storiche. Abbiamo bisogno quindi di una vera e propria “agenda della memoria”: di aprirla ogni giorno per controllare quali e quante sono le cose da ricordare, per poi orientarci tra i morti, tra le loro eredità, tra i loro simboli e i loro significati. Giorni di mafia è un libro che va letto così, un giorno alla volta, per cento giorni: solo imparando ad orientarci, a dare alla nostra memoria un significato corretto, potremmo ristabilire la tanto agognata verità.

LETTURE CONSIGLIATE:

L’amorTe a Venezia: la stagione dell’amore tornerà? Risponde Battiato a Thomas Mann

Oriana Rodella
Verona

La morte a Venezia è il titolo di un’opera che ha già dentro tutto. Parla di fine, di buio, di stasi per raccontare la più viva e palpitante delle scoperte: che l’amore esiste! Che è un motore! Che è vivo! L’amore, come la morte, tira le fila dell’intera esistenza sconvolgendola in maniera imprevedibile. La morte, come l’amore, rivela, non lascia spazio alle ambiguità, piuttosto rende chiare le faccende della vita, le assolve dal non detto, le depura dal giudizio e dal contegno. La morte e l’amore sono allora sfacciati, liberatori, disarmanti e, per questo, necessari.

Una vecchia edizione Rizzoli del romanzo di Thomas Mann, La morte a Venezia (ed. or. S. Fischer Verlag, 1912)

La morte a Venezia è un titolo che ha dentro una città “che ha l’ebrezza del mare e il fulgore del sole”, ci dice Mann paragonandola ad Atene ai tempi di Socrate quando “istruiva il discepolo Fedro sul desiderio e sulla virtù” all’ombra di un vecchio platano. È una Venezia dalle tinte blu oltremare come thànatos – la morte e rosso fuoco come eros, l’amore.

Venezia mi ricorda istintivamente Istanbul
stessi palazzi addosso al mare
rossi tramonti che si perdono nel nulla
[…] Socrate parlava spesso delle gioie dell’Amore
e nel petto degli alunni si affacciava quasi il cuore.

Così ce la canta oggi Battiato la sua Venezia-Istanbul e non sembra per nulla diversa da quello stesso acquerello di Mann dalle tinte blu e rosse a sfondo di una lezione d’amore sotto il platano di Atene. La città dell’uomo contemporaneo quindi secondo il cantautore si rivela ancora come l’epifania della vita rivelata grazie al riconoscimento di una morte. Non è forse vero infatti, che è proprio nel momento dell’addio che ci rendiamo conto del valore di ciò che lasciamo e ci appaiono d’un tratto scenari imprevedibili?

Una scena del film di Luchino Visconti, ispirato al romanzo di Mann. Prima dell’uscita nelle sale nel 1971, la Warner Bros aveva pensato di annullare il progetto temendo la censura a causa della tematica omosessuale contenuta nel film

Anche a Gustav von Aschenbach succede un fatto inaspettato: dopo poche ore dal suo arrivo a Venezia – città in cui era giunto per godersi una pausa dal mestiere di scrittore – cambia idea, fa dietrofront e nel tentativo di ritorno verso casa, alla stazione, scopre che il suo bagaglio è andato perso. In quello stesso momento prova anche un’insospettabile sensazione di leggerezza poiché si rende conto che non vi è altra soluzione che far rientro in hotel dove potrà nuovamente vedere Tadzio, giovane polacco in vacanza con la famiglia e ospite proprio del suo stesso albergo. Grazie a questa fine rivelatrice quindi, Aschenbach non solo non vorrà più ripartire, ma avrà chiari i suoi sentimenti.

Le oscure cadute nel buio
mi hanno insegnato a risalire.
E mi piaceva tutto della mia vita mortale,
noi non siamo mai morti, e non siamo mai nati.
We never died,
we were never born.     

Quand’è che abbiamo perduto la fiducia nella fine? Nell’ “eroismo della debolezza”, nel rivelare le cose per quelle che sono? Noi non siamo mai morti, ci dice Battiato in Testamento, perché non ci diamo la possibilità di rinascere dal momento in cui smettiamo di accettare la fragilità, quella che ci permette di abitare l’esistenza nella sua impurità, nella sua ombra luminosa e illuminante, nel suo continuo smarrimento e nella sua necessaria contraddizione che non è altro che la poesia del reale, ciò che elevandosi permette all’effimero di diventare duraturo e universale.

Thomas Mann

Aschenbach, innamorato, si sente rinascere e anche la sua intuizione artistica rinvigorisce. Questo perché non solo si riconosce piccolo rispetto a un impulso travolgente, ma anche perché è disposto ad accettare la fragilità di un sentimento che lo mette continuamente in ridicolo: ridicola è la sua ossessione per Tadzio che ricerca sempre con lo sguardo e segue di nascosto senza mai rivolgergli parola, ridicolo è il tentativo di nascondere i segni dell’uomo maturo, innamorato di un adolescente e ridicolo è pure il suo tacere la terribile scoperta di una Venezia in preda a un’epidemia di colera per timore della dipartita dell’amato. Cos’è oggi che non ci fa più parlare d’amore? Cos’è che ci fa paura nello scoprirci fragili di fronte a questo sentimento visibilmente fuori moda?  

Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c’è peggior insidia
che amarsi con monotonia.

Forse è questo il punto da cui ci mette in guardia il cantautore ne La canzone dei vecchi amanti: l’amore è percepito come vecchio, pertanto annoia. Oggi si associa l’amore all’idea di possesso. Perciò, una volta ottenuto l’oggetto amato, ci si dispera perché si desidera qualcosa di più recente, di più nuovo appunto. Ma il nuovo non ha in sé né la presunzione del diverso, né il tedio dell’uguale: l’amore esalta la novità nel movimento delle inesauribili possibilità del finito. Ci ricorda la nostra limitatezza e proprio per questo è in grado di esaltare l’in-finito. Perciò gli amanti si dicono ti-amo-e-ti-amerò- per-sempre. Questo avverbio non ha in sé un presagio funebre, piuttosto scopre il lutto della piccolezza e dell’insoddisfazione umana e conferisce quella capacità di pazientare, di attendere, di rimanere per immergersi come dei palombari nel profondo dell’altrui. Per sempre è l’augurio di una scoperta continua, di infinite opportunità di meraviglia, di novità veramente nuove non perché avvengono dopo nel tempo, ma perché assumono i tratti di una bellezza che si scopre di continuo e per questo sa di desiderio e di speranza. Aschenbach stesso di fronte all’eterea grazia di Tadzio non può fare a meno di sussurrare a fior di labbra, dichiarandolo a se stesso più che al ragazzo: “Ti amo”.

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
Perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.    

La staticità in natura equivale alla morte. Il dinamismo dell’amore è una tensione che mira invece a non esaurirsi proprio perché non si conquista mai fino in fondo. È un movimento che non annoia e che non ci allontana da noi perché è nell’altro che si trova la fedeltà a noi stessi. Il segreto del per sempre allora si rivela non nella barricata rigidità del “così sia”. Al contrario, è una porta in comunicazione con gli stimoli dell’altro. Aschenbach, alla fine, decide di lasciarsi morire. Il protagonista che per una vita intera ha fatto della vita un’opera d’arte di equilibrata bellezza, si sente tragicamente travolto dalla dimensione più viscerale dei suoi sentimenti. E mentre è in scena la sua fine, appaiono sullo sfondo tutta la poesia di un sorriso e di due occhi grigi come il crepuscolo che si allontanano su un’imbarcazione per scampare la morte a Venezia e andare incontro alla vita. Qual è oggi il defibrillatore del cuore nell’epoca dell’attimo, dell’incertezza, dell’ambiguità, della solitudine? Di cosa abbiamo bisogno perché ci si palesi la delicatezza sublime di tutta la nostra umana fragilità?

Supererò le correnti gravitazionali
lo spazio e la luce per non farti invecchiare
e guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io, avrò cura di te.

Forse, come suggerisce Battiato, è la cura che ciò che più ci manca. La parola latina ci rimanda alla radice del verbo osservare. Attraverso la cura infatti, proprio come fa Aschenbach, si scruta con premurosa diligenza ciò che si ama e non per soffocare o inaridire, bensì per esaltare la vita che si è intuita nell’altro. È una presa di posizione nella storia delle storie, è un atto di responsabilità nei confronti dell’altro, ma prima di tutto verso se stessi: così, da distante, si impara ad essere vicini, non annullandosi e spegnendosi nell’altro, ma tenendo viva la tensione che evita la morte. In questo modo si permette anche ai propri talenti di emergere e di germogliare e più essi saranno radicati nel profondo, più cresceranno alti e robusti perché saranno innaffiati con amore, sorvegliati da lontano e custoditi con cura, nel tempo del per sempre.

In copertina: Ama, acquerello di Eleonora Milani.

LE LETTURE CONSIGLIATE:

  • F. Battiato, E ti vengo a cercare, in Fisiognomica, EMI Italiana, 1988.
  • F. Battiato, La canzone dei vecchi amanti, in Fleurs, Universal, 1999.
  • F. Battiato, La cura, in La cura, Universal, 2000.
  • F. Battiato, La stagione dell’amore, in Orizzonti perduti, EMI Italiana, 1983.
  • F. Battiato, Testamento, in Apriti Sesamo, Universal, 2012.
  • F. Battiato, Venezia-Istanbul, in Patriots, Emi Italiana, 1980.
  • I. Sarajlić, La crisi della poesia d’amore, (traduzione di S. Gudžević e R.Marzano), Sarajevo, 1987-1989.
  • L. Irigaray, Amo a te. Verso una felicità nella storia, Bollati Boringheri editore, Torino, 1993.
  • T. Mann, Der Tod in Venedig- Tonio Kroeger- Tristan, in E. Filippini (traduzione di), La morte a Venezia-Tonio Kroeger-Tristan, Universale Economica Feltrinelli, Milano, 2011.
  • T. Mann, Der Tod in Venedig, Fischer, Frankfurt am Main, Juli 2015.

 

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